Novembre: camminare piano
La mattina si apre come un respiro trattenuto.
In città il sole è tiepido,
quello di novembre che non scalda ma consola. La piazza si muove piano: passi, e
il rumore di una scopa che gratta per terra, .a togliere ancora i rimasugli
delle baldorie notturne. Giù in fondo, il fiume divide la città da secoli —
testardo, un po’ dimenticato — e la attraversa con la calma di chi ha visto
tutto.
È il nostro e anche dei nostri vicini che ci definirono “vituperio delle
genti”, di chi ci ha raccontati meglio di quanto avremmo voluto: divisi,
ironici, capaci di amori che traboccano e rancori che non passano. Eppure gli
restiamo fedeli, a quel fiume: lo ignoriamo ogni giorno, ma non sapremmo vivere
senza il suo scorrere.
Forse è proprio per questo che questa parte di Terra
Altrove è la più difficile da scrivere. Perché parla di quella terra, che
nonostante mi radichi e sradichi, è pur sempre ciò che più assomiglia a “casa”.
E raccontare casa, quando la si conosce troppo bene, è come descrivere un sogno
a chi l’ha fatto con te: ogni parola rischia di sembrare superflua.
Parto tardi,
leggera — sopra un furgone, non mio. Motivo per cui salgo con una buona dose di
invidia con cui da sempre guardo i vecchi Westfalia, quelle case in miniatura
che sapevano di fuga e libertà. Lasciamo la città alle spalle, salendo tra paesi
che sembrano nati già in pendenza.
A Bagni di Lucca un gruppo di uomini fuma
davanti ad un bar, che dentro è già gremito di uomini, tutti della stessa
statura, con stessa dentatura ammaccata, con in mano lo spritz delle 11, tutti
con la stessa aria da filosofi disoccupati. Ci salutano con un cenno che può
voler dire tutto o niente. Mi piacciono i paesi così: dove la stranezza è la
normalità e nessuno si sente obbligato a sorridere. La strada si arrampica,
curva dopo curva. Il furgone sibila a qualche curva, ma tiene. Il cambiamento
climatico si sente anche qui: non c’è freddo, solo una luce limpida, un’aria
tiepida che sa di terra e castagni. Guardo gli scarponi ai piedi, mi fanno un
caldo terribile. Li porto con me da anni, sono gli stessi che mi hanno portato
sull’Himalaya, in Norvegia, sulle Alpi: quante salite, quante cadute, quanti
chilometri di me hanno assorbito.
Penso al loro Gore-Tex esausto, ai tempi in
cui, pur di non bagnarmi i piedi, infilavo i sacchetti di plastica come sudari.
Il metodo sudario, lo chiamavo — una trovata che odorava di disperazione e
ingegno. Mi ricordo ancora la discesa dal Vioz-Cevedale, con i piedi che
facevano ciac-ciac dentro lo scarpone, ma un’ostinazione da pellegrina del
nulla.
Parcheggiamo poco sopra il paese di Montefegatesi e ci imbocchiamo
subito per il Sentiero degli Avi. Non c’è nessuno: solo vento, foglie, e il
passo che si sincronizza al battito. Raccolgo rosa canina e mentuccia lungo il
cammino. C’è qualcosa di solenne e umile in questo gesto — chinarsi, scegliere,
custodire.
Mi viene in mente Persefone.
Lei che ogni autunno scende negli
inferi, non come condannata ma come donna che accetta la stagione del buio. È la
ciclicità del femminile: la capacità di accogliere la fine, di trasformarla in
attesa. Non si può fiorire sempre; a volte bisogna marcire un po’ per tornare
vivi. Forse novembre serve a questo: a ricordarci che anche il silenzio ha una
funzione, che la terra si rinnova solo quando smette di resistere. Più su, il
vento cambia sul Monte Coronato. Le pieghe dolci dell’Appennino, sono lì, sempre
case e sempre diverse. Sento che il mondo — almeno per un po’ — ha smesso di
pretendere. Da qui si vedono le Apuane, il riverbero della luce infondo
all’orizzonte, dove c’è il mare, e l’arco Appeninico, la sua dorsale morbida, e
mi torna in mente la neve.
Negli anni Ottanta, per chi viveva nelle case
popolari, la montagna era un sogno a rate. Non una meta, ma una parola.
“Quest’anno andiamo sulla neve,” diceva qualcuno del terzo piano, e già ti
sembrava che avesse vinto alla schedina. La neve, per noi, era un’idea astratta:
un colore. Lì, in cucina, con la stufa che borbottava e la finestra appannata,
lei guardava fuori e diceva: “Sul Serra oggi tira vento forte.”
Era quella la
nostra cima. L’orizzonte del possibile.
Le famiglie che ce la facevano
affittavano una settimana in montagna. Appennino tosco-emiliano, rigorosamente.
Piste corte, nevi incerte, ma bastava il nome del paese — Abetone, Cimone, Corno
alle Scale — per dare al racconto un tono da epopea.
Tornavano a casa con le
foto. Nessuno sapeva sciare davvero, ma non importava. Si andava in posa davanti
alla neve come davanti a un monumento nazionale.
Poi vennero i tempi
dell’ottimismo edilizio. Sull’Appennino spuntarono condomini in cemento armato,
residence con nomi svizzeri: Le Alpi Blu, Chalet Fior di Neve. Doveva essere la
montagna per tutti.
Fu invece la montagna che se ne andò, coperta dal cemento e
dai sogni a basso costo.
Io la montagna l’ho conosciuta tardi.
Metà cinese,
cresciuta in pianura, la neve l’avevo solo immaginata nei libri.
Ci sono
arrivata a trent’anni, inciampando nei miei stessi pregiudizi.
A quaranta ho
salito la mia prima cima, e ho capito che per capire la montagna bastano il
fiato corto, la lentezza, il silenzio.
Gli avi appunto- i miei e assieme a loro i ricordi -
tutto questo mi torna addosso come una carezza ruvida.
Quando cominciamo a
scendere, la luce si piega verso l’oro, adesso le sfumature di rosso sono
sgargianti e accese.
Dolcemente si arriva al furgone, e nel rito del controllare
le altimetrie percorse assieme ai chilometraggi, sento un rumore metallico.
Penso subito ai freni — flashback istantaneo della mia vecchia Dodo Pomellato,
la Y10 verde metallizzata che a ogni curva fischiava come un gracchio asmatico.
L’ho amata e odiata con la stessa intensità. È finita rottamata chissà dove, ma
in certi sogni ancora sbuca, tutta ammaccata e fedele.
Il rumore però non viene
da noi.
Un’Ape scassata sbuca dalla curva, due uomini dentro, panciuti, stretti
come due lattine in un cestello. Curvano male, sbagliano l’angolo, e finiscono
quasi su una pietra con incastonata la rosa dei venti.
Direzione sbagliata.
Scendono, sospirano, e
con la calma degli esperti spingono il mezzo all’indietro.
Si danno una spinta,
risalgono al volo e ripartono.
Li guardiamo allontanarsi: due figure goffe e
perfette, come uscite da una scena di commedia all’italiana.
Più giù, invece una volta scesi a San
Cassiano, ci fermiamo al Bar della Santina.
Dentro, luce al neon e una sacralità
da acquario. Due uomini seduti come in posa ci fissano in silenzio, la Santina
minuta accanto al bancone immobile, con le mani in mano. “Buonasera.”
“Buonasera.”
Rimaniamo così. Poi azzardo: “Due caffè, grazie.” Lei si muove,
lenta, come chi accetta un’invasione. Come una dolce uscita di scena, mi accorgo
che i due uomini non ci sono più, un pò intolleranti agli stranieri o alle novità
poco curiose.
“I tortelli li fate ancora?” “Uhhh… si, hai voglia te, fra poco si
comincia a cucinare!” Santina si illumina come una lucina ad intermittenza, per poi ricascare in quello sguardo fisso, ad interrogarsi sulla vita.
Fuori è già buio.
Il furgone ci aspetta, stanco ma pronto
a tornare, mentre il brontolio nello stomaco, vorrebbe rimanere e assecondare
quel tepore ,in attesa dei tortelloni.
L’aria è frizzantina ancora non sa di
fumo né legna, ma per un attimo mi sembra di sentire ancora il respiro del
monte, lì, sotto la pelle.
Forse novembre serve a questo: a scendere un po’
dentro, per ritrovare la misura del passo.
A ricordarsi che certe strade non si
fanno per arrivare, ma per capire da dove — e con chi — si riparte.



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