Il Sorgo Due Traverse più Avanti
Ieri sera camminavo lungo
una strada di campagna.
Il sole era già
scomparso, ma aveva lasciato dietro di sé una luce blu, densa e immobile, come
se il giorno non si fosse ancora deciso ad andarsene del tutto. I tronchi degli
alberi, le case più lontane, persino i bordi della strada avevano perso i propri
contorni. Il paesaggio era entrato in quell’ora breve in cui le sagome si
confondono e ogni cosa sembra parte di una fotografia sgranata.
Il caldo cominciava a
cedere, ma non abbastanza. Ciò che ne restava si era attaccato alla pelle
insieme all’umidità, formando una pellicola sottile sulle braccia e sulla
schiena e riaccendendo il prurito di qualche puntura di zanzara. L’aria odorava
di terra ancora calda, erba schiacciata e acqua ferma nei fossi. Da qualche
parte arrivava anche l’odore pungente delle stalle.
Le ultime cicale si
spegnevano sugli alberi mentre i grilli prendevano il turno della notte. Quel
suono mi riportò alle passeggiate serali nella periferia della mia infanzia,
quando si usciva ancora a cercare le lucciole.
Allora bastavano un
lampione fioco, tre case popolari e un terreno incolto per credere di vivere ai
confini del mondo. Le strade terminavano contro i fossi, le biciclette non
avevano luci, ma dinamo, e dalle finestre aperte uscivano insieme le sigle del
Festivalbar e le voci delle madri che chiamavano i figli perché era tardi.
Il mondo, a quell’età,
sembrava enorme anche quando finiva due traverse più avanti.
Sopra i campi era salita
una luna immensa. Non era bianca. Aveva un colore pallido, quasi rosa, e le
macchie scure sulla superficie erano così nitide da sembrare mari prosciugati,
continenti abbandonati.
La guardai a lungo. Aveva
l’aria di ricambiare lo sguardo e di seguirmi a ogni passo. Quella notte
avrebbe tenuto sveglie molte creature, me compresa.
Chi crede nelle energie
sostiene che la luna piena smuova ciò che ha bisogno di ritrovare un
equilibrio. Qualcuno, molti anni fa, mi disse di non prendere mai decisioni
importanti durante la luna piena. Non ricordo più chi fosse. Il consiglio,
invece, è rimasto.
Il cane correva qualche
metro davanti a noi, completamente indifferente sia alla luna sia alle
decisioni importanti. Entrava nell’erba alta, si fermava ad ascoltare rumori
che per noi non esistevano e poi ripartiva. A un certo punto si lanciò dentro
un campo.
Le piante erano alte
quasi quanto una persona. Il cane sparì fra gli steli e per qualche istante
rimase visibile soltanto la coda, che emergeva e scompariva come la pinna di un
pesce.
Pensai che fosse grano. O
qualcosa che gli assomigliava abbastanza da non dovermi porre altre domande.
Guardando meglio, però, vidi in cima agli steli delle pannocchie compatte,
simili a piccole pigne morbide.
«Sorgo», sentii dire.
La parola arrivò nitida,
quasi squillante, perforante come lo sguardo dagli occhi cerulei che mi
sorrisero entusiasti.
Sorgo.
E subito, nella mia
testa, qualcosa si mise in moto.
Il colore rosso. La Cina.
Una distilleria. I campi. Il vino. Il sangue. Il cuore.
Sorgo rosso.
Il romanzo di Mo Yan e il
film diretto da Zhang Yimou alla fine degli anni Ottanta. La campagna dello
Shandong durante l’occupazione giapponese. Una giovane donna consegnata a un
matrimonio combinato con l’anziano e malato proprietario di una distilleria.
Poi la morte dell’uomo, la gestione dell’attività, l’amore, la guerra e la
resistenza. L’opera intreccia infatti la vita contadina di Gaomi, nello
Shandong, con l’occupazione giapponese e le violenze attraversate dalla
popolazione rurale; il film di Zhang Yimou vinse l’Orso d’oro alla Berlinale
del 1988.
In quella storia il sorgo
è alto, fitto, carnale. Nasconde gli amanti e i combattenti, offre riparo,
assiste alla violenza e continua a crescere mentre gli esseri umani si
uccidono. Il suo rosso è il colore del vino e della fertilità, ma anche quello
del sangue versato. È la terra che nutre e che, senza cambiare espressione,
ricopre i morti.
Mi arrivò tutto addosso
in pochi secondi, lungo una strada secondaria della campagna pisana.
Davanti a me il cane
continuava a saltare fra le piante, facendo ondeggiare le pannocchie una dopo
l’altra. Apriva piccoli sentieri nel campo, proprio come la parola sorgo
ne aveva appena aperto uno nella memoria.
Una parola pronunciata
nella campagna italiana può spalancare una porta sullo Shandong. Un odore può
riportare dentro una cucina malese. Una pianta che non sappiamo riconoscere può
contenere un pezzo della nostra famiglia.
Non so perché, ma questa
è la parte dell’anno in cui la mia parte orientale si rende più manifesta, come
se anche i ricordi fossero custoditi nei geni, conservati nei cromosomi e
risvegliati dal mutare delle stagioni.
Accade quando il caldo si
fa umido, la luce di mezzogiorno diventa bianca e quasi sovraesposta, si
cammina a piedi nudi sul pavimento cercando le piastrelle più fresche e i
temporali arrivano brevi e violenti, lasciando sulle foglie un odore verde e
scuro. Accade quando la pelle ha ormai preso un colore olivastro e le giornate
sembrano dilatarsi invece di passare.
Sono memorie che non
possiedono l’ordine degli album fotografici. Affiorano attraverso un gesto, un
sapore, una parola ascoltata per caso.
Quella sera tornarono
attraverso il sorgo.
In Cina il sorgo è una
pianta profondamente legata alla vita contadina. Non possiede la grazia rituale
del tè e neppure la fama universale del riso. È più ruvido, più terrestre.
Cresce anche quando il suolo è povero e l’acqua scarseggia. Le sue radici scendono
in profondità; alcune varietà sono capaci di rallentare la crescita durante la
siccità e riprenderla quando le condizioni tornano favorevoli.
Forse anche per questo il
sorgo ha finito per rappresentare la resistenza e la vitalità della gente
comune.
La capacità di restare
vivi nei terreni ostili. Di piegarsi abbastanza da non spezzarsi. Di
ricominciare anche quando nessuno aveva previsto un nuovo raccolto.
Il sorgo è inoltre uno
degli ingredienti principali di molti baijiu, i distillati cinesi che
accompagnano banchetti, matrimoni, incontri d’affari e riunioni familiari. Si
beve per celebrare, accogliere, stringere alleanze.
Il bicchiere è minuscolo,
ma non resta mai solo. Si brinda alla salute, alla famiglia, agli ospiti, agli
antenati e a qualunque altra cosa qualcuno riesca a nominare prima che venga
riempito di nuovo.
Il sorgo è dunque cibo,
alcol, terra e memoria.
Una pianta concreta, con
una sorprendente inclinazione a trasformarsi in metafora.
E alla fine quella mia origine
lontana mi tornava incontro proprio lì, nei luoghi dell’infanzia.
Non soltanto attraverso
il cinema o la memoria familiare. Anche qui oggi il sorgo viene guardato con
crescente interesse: la sua tolleranza alla siccità e la capacità di adattarsi
a condizioni difficili lo rendono una coltura importante mentre il cambiamento
climatico rende più irregolare la disponibilità d’acqua. Non è una pianta
invulnerabile, ma possiede una flessibilità che altri cereali hanno in misura
minore e può offrire possibilità anche nei terreni poveri e nei sistemi
agricoli a basso impiego di risorse.
Ma mentre osservavo il
campo non pensavo soltanto al cinema, alla storia cinese, alla siccità, al
risparmio idrico o ai banchetti di famiglia.
Pensavo anche alla cura.
Nella dietetica della
medicina tradizionale cinese, i cereali costituiscono la base del nutrimento e
contribuiscono a sostenere il qi, l’energia vitale. In questo sistema il
sorgo viene tradizionalmente descritto come un alimento tiepido, dolce e
astringente, associato soprattutto alla Milza e allo Stomaco e, secondo alcune
classificazioni, al Polmone.
Questi nomi non indicano
soltanto gli organi anatomici descritti dalla medicina occidentale.
Rappresentano anche sistemi di funzioni, relazioni e trasformazioni. La Milza,
per esempio, è legata simbolicamente alla capacità di ricavare nutrimento ed
energia da ciò che introduciamo nel corpo e di trasformarlo.
Secondo la tradizione, il
sorgo aiuta ad armonizzare lo Stomaco, a sostenere la digestione e a
contrastare il ristagno, il freddo e l’umidità. Di umidità, quella sera, ce
n’era abbastanza da provarci.
Non so se avessi bisogno
di tonificare la Milza, lo Stomaco o semplicemente la volontà. Mi piaceva però
pensare che quel campo fosse apparso lungo il cammino con alcune istruzioni
abbastanza chiare: digerisci ciò che ristagna; impara, almeno una volta, a
riconoscere ciò che cresce vicino a te.
Anche se capire dove sia
casa rimane l’impresa più antica.
Così, nello spazio di
pochi minuti, il sorgo era diventato un ponte fra la Cina rurale e la campagna
pisana, fra le memorie di famiglia e le trasformazioni del clima, fra le storie
di resistenza del passato e le colture con cui forse dovremo immaginare il
futuro.
Questo sarà dunque il
preambolo di alcuni prossimi racconti di Terra Altrove.
Ci saranno il caldo, gli
animali, le persone incontrate per caso, il cibo, la storia dei luoghi e quelle
memorie che non rispettano i confini geografici. Ci saranno pomeriggi immobili,
strade secondarie, bar di paese e sentieri che sembrano non condurre da nessuna
parte finché, all’improvviso, portano dentro una storia.
Sarà la bonaccia
d’agosto: non l’assenza di movimento, ma quel momento in cui il vento cala e
finalmente si distinguono i rumori più piccoli.
La coda di un’estate
italiana, vissuta fra terre vicine e osservata con occhi che continuano a
guardare il mondo, quello nostrano e quello lontano.
Perché il mondo non
scompare quando smettiamo di partire. A volte si restringe, diventa più preciso
e ricomincia in un campo di sorgo, due traverse più avanti.
Zeudi


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