Cronache Villane II/IV - La Cupola
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| Il Susino |
Il giorno che arrivai era uno di quei giorni d’agosto che preannunciano
l’arrivo dell’ennesima ondata di calore. Solo che stavolta parlavano di
qualcosa di peggio: una heat dome. Una cupola di calore.
La chiamai subito la Cupola.
Davanti all’entrata della casa ad aspettarmi c’era il susino.Nessuno
l’aveva tagliato, sebbene Matteo, qualche giorno prima, indicandolo, avesse
detto:
«Andrebbe fatto, povero.»
Stava lì.
Gli alberi morti, o quasi, se rimangono in piedi abbastanza a lungo,
smettono di sembrare qualcosa che dovrebbe essere tolto. Diventano parte del
posto. A me piaceva moltissimo.
Aveva i rami secchi aperti davanti alla casa, storti, quasi bianchi in
alcuni punti. Non faceva ombra. Forse era proprio questo che mi piaceva.
Nessuno gli chiedeva più di essere utile, ma senza di lui quella casa non
sarebbe stata lei.
Dentro, invece, la casa era piena di vita.
Una radio accesa suonava musica classica e mi accolse in cucina. Sul
tavolo c’erano un biglietto e le ultime indicazioni. Poi libri, giochi,
disegni, colori, e altre tracce di bambini dappertutto.
Su un muro trovai le tacche delle loro altezze con accanto le date.
Piccole linee a matita, sempre un po’ più in alto.
Mi fermai a guardarle. Un anno. Qualche centimetro. Un altro anno.
Il tempo, in quella casa, aveva lasciato le prove.
Cominciai a studiarla. Aprii un’anta: piatti. Un’altra: bicchieri. Cercai
il caffè, le pentole, il cibo degli animali. Provai gli interruttori. Imparai
quale porta bisognava accompagnare per chiuderla e quale finestra opponeva
resistenza.
Al piano superiore scelsi la camera della bambina. Sembrava più grande
delle altre e aveva due finestre una di fronte all’altra. Matteo aveva detto
che aprendole entrambe si riusciva, qualche volta, a creare una corrente. In
quei giorni mi sembrava un criterio sufficiente per scegliere dove dormire.
Poi vidi il poster.
Una macchina della polizia. Animali rosa e lilla. Qualche sberluccichio.
E, sopra:
ACAB. Mi avvicinai. All Children’s Books Are
Beautiful.
Risi.
Conoscevo bene l’altro significato dell’acronimo, quello che da decenni
viaggia sui muri, negli stadi e nelle proteste contro la polizia. «Geniale.»
Andai alla finestra. La valle sotto la casa era ancora piena di luce. Più
tardi sarebbe diventata una massa scura, quasi senza punti di riferimento.
Dietro la porta trovai un’altra sorpresa. Una specie di galateo per
bambine. Lessi. Una delle regole suggeriva, più o meno, di lasciare agli uomini
il compito di remare, e salutare con la mano facendo ruotare la mano alla
regina elisabetta.
Risi, nuovamente. Tantissmo
Guardai il letto. Appoggiai lo zaino.
Avevo scelto.
Erano poco più delle quattro. Mi presi un po’ di tempo e uscii.
Le cicale facevano un rumore quasi solido, un muro sonoro. Il cielo era
limpidissimo.
Da giorni sopra l’Europa meridionale si era installata una vasta area di
alta pressione. Aria calda intrappolata e compressa verso il basso, temperature
che invece di diminuire si alimentavano giorno dopo giorno.
Da lassù, la cupola, mi sembrava molto meno astratta. Sembrava ferma
esattamente sopra la valle, un coperchio appoggiato sulle nostre teste con il
fuoco acceso sotto.
L’aria scendeva, si comprimeva, si scaldava ancora. Le nuvole si
dissolvevano prima ancora di riuscire a diventare nuvole. Niente pioggia, quasi
niente vento. Solo sole dalla mattina alla sera e il terreno che ogni giorno
restituiva un po’ del calore ricevuto il giorno prima.
Guardai Ludovica. Anche lei mi guardava.
Feci un passo verso di lei. Lei ne fece due nella direzione opposta.
Mi fermai. «Bene.»
Aspettai. «Anche con i canidi.»
Non aggiunsi altro. Certe dinamiche relazionali, evidentemente, riuscivo a
riprodurle fra specie diverse.
La sera cominciai dalle cose che mi erano state affidate. Prima l’orto.
Trascinai il tubo e cercai di ricordare le istruzioni: pomodori, insalata,
zucchine, salvia, piante grasse, fragoline, vite americana.
Non conoscevo ancora quell’orto abbastanza da capire subito dove avesse
sete. Dovevo guardare.
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| L'orto |
La terra bagnata diventava scura, quasi all’istante e liberava un odore che per qualche secondo copriva persino quello secco dell’estate. Annaffiai lentamente.Era ipnotico, e ricordai il rito come una delle pratiche più comune di Karma Yoga.
Poi preparai la ciotola. La posai e aspettai.
Ancora piena.
«Ludovica? Vieni?»
Niente.
Infondo al vialetto di casa, spuntò con il suo musino bianco, mi osservò
da una distanza che considerava ragionevole e poco dopo se ne ritornò verso
casa della vicina. Lasciai fuori il cibo.
Avevamo stabilito i primi confini. Io dentro. Lei, per il momento,
altrove.
Per cena mi feci una pasta in bianco con molto parmigiano. Un po’ per
pigrizia, un po’ perché ogni cucina nuova richiede un apprendistato e quella
sera non avevo voglia di cominciarlo.
Guardai il piatto. L’ultima volta che avevo mangiato pasta in bianco era
stata a una pastasciuttata antifascista. Mi fece sorridere la sproporzione del
ricordo. Un piatto poverissimo, quasi da malati, con la storia dei fratelli
Cervi.
Mangiai fuori. Il cielo perse lentamente il colore e i monti diventarono
sagome.
Fu allora che pensai alla gente che, ottant’anni prima, aveva guardato
quelle stesse linee contro il cielo. Nell’estate del 1944 sul Monte Pisano il
buio serviva soprattutto a non farsi vedere.
Il fronte stava risalendo l’Italia. Roma era stata liberata a giugno e la
guerra si avvicinava alla Toscana. Sui monti tra Pisa e Lucca si muovevano
partigiani, uomini dei GAP, prigionieri di guerra fuggiti.
Tra maggio e agosto aveva preso forma la formazione Nevidio Casarosa.
I suoi uomini erano distribuiti in tre zone: il Faeta, i monti sopra Molina di
Quosa e quelli di Calci.
Oggi li leggiamo con uno zaino sulle spalle e scegliamo se andare a destra
o a sinistra. Allora indicavano luoghi nei quali nascondersi, incontrarsi,
aspettare.
I gruppi erano abbastanza distanti da mantenere una certa autonomia ma
comunicavano attraverso le staffette. Persone, spesso ragazzi e donne, che
attraversavano boschi e paesi portando ordini, informazioni, messaggi. A volte
armi. A volte soltanto un pezzo di carta che non doveva finire nelle mani
sbagliate.
Pensai a loro mentre guardavo il profilo nero del monte.
Chissà se alzavano mai gli occhi. Se in una notte d’agosto, per pochi secondi, qualcuno avesse smesso di controllare il sentiero e guardato le stelle. Se avesse espresso un desiderio, una superstizione banale: che la guerra finisse, che qualcuno fosse ancora vivo, che ci fosse ancora tempo per tornare a casa e ballare con la persona amata.
Nell’estate del 1944 la guerra lì sopra diventò feroce. Pochi mesi prima Kesselring
aveva ordinato che la lotta contro i partigiani fosse condotta con la massima
severità. Quando il fronte raggiunse l’Arno, quelle parole diventarono
rastrellamenti, case perquisite, rappresaglie. Non occorreva necessariamente
essere partigiani. Poteva bastare aver dato da mangiare a qualcuno. Essere suo
parente. Sapere qualcosa. O trovarsi nel posto sbagliato.
Tra il 6 e il 7 agosto le SS rastrellarono i boschi della Romagna, sopra
Molina di Quosa. Lì si erano rifugiate centinaia di persone che cercavano
riparo dai bombardamenti e dalla guerra della pianura.
L’11 agosto sessantanove persone furono uccise. I corpi vennero lasciati
lungo le strade e ai margini del bosco, indicati come partigiani.
Tre giorni dopo, il 14 agosto, la violenza scese verso il Padule di
Vecchiano. Venticinque uomini furono uccisi tra il Fosso Reale, a Nodica, e la
Fossa Nera di Migliarino.
Campi, fossi, canali di bonifica: luoghi fatti per lavorare la terra e far
passare l’acqua diventarono luoghi di esecuzione.
Il 29 agosto toccò ai dintorni di Ripafratta e Filettole. Altre
venticinque persone. Furono portate nei pressi del ponte sul Serchio, dentro
una buca aperta da una bomba, e uccise.Poi sui corpi vennero sistemate delle
mine.
Guardai di nuovo il monte.
Era difficile tenere insieme le due immagini: gli olivi, i lecci, i pini,
le cicale che d’estate coprono quasi ogni altro rumore, e gli stessi sentieri
percorsi di notte da uomini e donne che cercavano di non essere visti.
Cambiano le ragioni per cui ci si nasconde su una montagna. Cambiano le guerre. Cambiano quelli che cercano rifugio. La montagna rimane, la memoria non sempre, quello sta a noi essere umani.
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| Il monte notturno |
Aspettavo il buio come si aspetta un sollievo. Arrivò, il sollievo no.
La terra continuava a rimettere in circolo il calore accumulato durante il
giorno. Aprii porte e finestre, spensi quasi tutte le luci, cercai di creare
una corrente. Niente.
I muri avevano passato ore ad assorbire calore e adesso lo restituivano
lentamente dentro casa. Le lenzuola erano tiepide prima ancora di entrarci. Il
cuscino diventava caldo dopo pochi minuti e continuavo a girarlo in cerca di un
lato fresco che durava sempre meno.
Fuori anche gli alberi sembravano essersi arresi. Nell’aria c’era odore di
paglia, polvere e resina. È uno di quegli odori che nei racconti sull’estate
diventano facilmente bucolici. Negli ultimi anni avevo smesso di sentirlo così.
Quando non piove da troppo tempo, dentro quell’odore si sente anche altro.
Basta guardare le sterpaglie secche ai bordi del bosco per pensare al fuoco.
«Cazzo.»
Lo dissi nel buio.
«Vuoi vedere che ho l’ecoansia come gli adolescenti.»
La casa non rispose.
Io che il caldo non l’ho mai sopportato, che posso perdere la pazienza per
un ventilatore lasciato a uno anziché a tre, continuavo a immaginare sopra la
valle quella maledetta Cupola. Peggio della nuvola di Fantozzi, con la
differenza che questa non perseguitava un uomo soltanto.
Nelle quarantotto ore successive avrebbe deciso parecchie cose al posto
mio: quando potevo uscire, quanto riuscivo a lavorare, cosa avrei avuto voglia
di mangiare, quanto avrei dormito. Il corpo non voleva niente che producesse
altro calore. Acqua, frutta, pomodori, cose fredde prese direttamente dal
frigorifero.
E soprattutto il caldo non finiva con il giorno. Restava nel terreno, nei muri, nelle pietre. Nel corpo.
La mattina dopo non si sarebbe ricominciato da zero. Si sarebbe
ricominciato dal caldo avanzato dalla sera prima.
Quella fu la mia prima notte e fu infernale.
A un certo punto cercai su Google come dormire quando fa troppo caldo. Internet suggeriva di mettere le lenzuola nel freezer. Fissai lo schermo.
«Certo.»
Non arrivai a tanto. Presi del ghiaccio, lo avvolsi in un telo e me lo
portai a letto. Mi sembrò un compromesso ancora dignitoso.
Dormii poco, o forse per niente all’inizio. Abbastanza poco da sentire
ogni cosa che accadeva intorno alla casa. Un insetto contro una finestra.
Qualcosa tra le foglie. Un ramo. Non conoscevo ancora quel posto abbastanza da
distinguere un rumore normale da uno che avrebbe dovuto preoccuparmi.
Poi sentii qualcuno mangiare. Mi fermai. Il rumore veniva dalla ciotola di Ludovica.
Qualcosa masticava.
Mi alzai e mi avvicinai alla finestra in punta di piedi.
Nei pochi metri tra il letto e il vetro ebbi il tempo di pensare a un
cinghiale, un lupo, una faina, qualche altro predatore che non conoscevo,
l’orco e infine un troll.
Guardai fuori.
Fischio.
Il cane della vicina aveva la testa dentro la ciotola di Ludovica. Aprii appena la finestra.
«Fischio! Vai via!»
Lo dissi sottovoce, con quella veemenza che a volte un sussurro ha più di un urlo. Fischio sollevò la testa e mi guardò. Non sembrava particolarmente mortificato.
Ludovica continuava a non fidarsi di me. Fischio, invece, aveva già capito
dove si mangiava gratis.
Tornai a letto.Il caldo era ancora lì. Sul comodino avevo acceso una candela alla citronella contro le zanzare. Cominciai a fissarne la fiamma.
Non so per quanto tempo. Aspettavo che si piegasse.
Un movimento minimo sarebbe bastato. Un tremolio, un’incertezza. La prova
che da qualche parte qualcosa nell’aria si stava finalmente muovendo.
La fiamma rimaneva dritta. Alzai gli occhi.
Dal soffitto della camera pendevano alcune piccole rondini di carta. Le
avevo notate entrando, insieme ai libri e al poster, ma quella notte
diventarono una specie di anemometro rudimentale.
Guardavo anche loro. Ferme.
Una leggermente inclinata rispetto alle altre, ma ferma.
«Muovetevi.»
Niente. La candela non tremava. Le rondini non volavano. Fuori non si muoveva una foglia.
A un certo punto devo essermi addormentata. Non ricordo quando, né dove
avessi lasciato il ghiaccio, né se avessi spento la candela prima o dopo.
Ricordo il gallo. Arrivava da lontano, da qualche casa più in basso nella valle. Cantò una volta, poi ancora.
Aprii gli occhi.
La stanza aveva cambiato colore. Non era più notte, ma non era ancora
giorno. Quella luce incerta dell’alba che prima restituisce i contorni e solo
dopo le cose.
Poi sentii l’aria. Entrava da una finestra e usciva dall’altra.
Una brezza forte, fresca, attraversava la stanza, sollevava appena il
lenzuolo e portava dentro l’odore degli alberi.
Guardai in alto.
Le rondini di carta volteggiavano. Rimasi a osservarle per qualche
secondo. Poi mi alzai. Fuori stava albeggiando.





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