CRONACHE VILLANE I/IV : L'avvicinamento ; e Nota

Quattro cronache. Di una casa presa in prestito, un'estate troppo calda e una piovuta di passaggio.


NOTA DI UNA PIOVUTA TEMPORANEA

Da queste parti, chi arriva da fuori è un piovuto.

La parola mi è piaciuta fin dal primo momento in cui la sentii anni fa, bevendo un ponche al circolo arci del paese.

Non dice soltanto che non sei del posto. Dice che, a un certo punto, sei caduto lì. Come la pioggia, appunto. Venuto da altrove.

Io a Villana non sono nemmeno una vera piovuta. Ci sono rimasta il tempo necessario, durante una delle estati più calde, cercando soprattutto una cosa: stare sola. Pensavo che qualche giorno lontano dalle mie abitudini e dalle mie relazioni, mi avrebbe aiutata a mettere ordine nel lavoro, nelle decisioni. Avevo portato quaderni, computer, libri e un elenco abbastanza preciso di domande.

Il posto, però ne aveva altre in serbo per me.

Riguardavano il caldo e l’acqua, il bosco e il fuoco, il cibo, il buio, gli animali, le persone che scelgono di vivere ai margini di un monte. Riguardavano anche la distanza: quella che mettiamo tra noi e gli altri, tra una vita e quella che immaginiamo possibile, tra il luogo dal quale veniamo e quello al quale pensiamo di appartenere.

Queste cronache sono nate lì e sono appunto Villane non solo perché appartengono a Villana, ma anche perché conservano qualcosa di poco educato. La campagna, quando ci si vive anche solo per qualche giorno, ha poca considerazione per le nostre categorie e domande. Le foglie entrano in casa, gli insetti pure. Il caldo decide gli orari. I cani scelgono da soli a chi affezionarsi. Le strade finiscono prima di quanto vorremmo.

Sono cronache di una breve permanenza, non hanno la pretesa, né l’arroganza di spiegare come si vive sul monte, perché io per prima, non lo so. Sono lo sguardo di qualcuno che è passato, ha osservato e, per qualche giorno, ha provato ad avere cura di un pezzo di mondo che non gli apparteneva.

Una piovuta di passaggio, insomma.

Poi, alla fine, arrivò anche la pioggia.


CRONACA VILLANA I/IV: L'AVVICINAMENTO

Nessun luogo è lontano, scriveva Richard Bach.

È il titolo di un libro piccolo, quasi una favola, costruito intorno a un'idea semplice: che la distanza sia una misura poco affidabile quando si tratta delle persone che amiamo.

Se qualcuno continua a esistere nel nostro pensiero, quanto possiamo dire che sia davvero lontano?

Credo che con i luoghi succeda qualcosa di simile. E forse anche con certe parti di noi stessi. Quelle che non accettiamo, quelle più antiche, quelle più autentiche, soprattutto. Possiamo allontanarcene, cambiare casa, lavoro, abitudini, persone. Pensare persino di averle lasciate indietro.

A dire il vero, alcune cose, in effetti, le lasciamo. Ma altre ci vengono dietro.

Ci sono case, ad esempio, nelle quali non viviamo più da decenni e delle quali ricordiamo ancora la luce di una stanza a una certa ora. Io ricordo quella della cucina di mia nonna d’inverno.

Entrava bassa e arrivava sui fornelli. Sul fuoco cuoceva lentamente una pentola di ragù, l’opera d’arte di mio nonno Ercole, che mi prendeva un pezzo di pane e me lo ricopriva di sugo, rigorosamente non ancora pronto. Era questo il punto. Il ragù aveva i suoi tempi e lui li conosceva benissimo, ma assaggiarlo prima faceva parte della preparazione.

Quando misi l'annuncio sui social non pensavo al viaggio di Bach.

Avevo bisogno di andarmene. Volevo stare da sola , cominciando anche da pochi giorni, per raccogliere parole, pensieri e cose rimaste sparse, in disordine. Da molto tempo avevo la sensazione di essere ferma, senza riconoscere neppure dove fossi. Mi sentivo ferma in generale: nel lavoro, nelle decisioni, nelle relazioni, forse anche nel modo in cui stavo vivendo.

Ero ferma, sì, ma non stagnante. Ogni tanto sentivo una corrente leggera che tirava da una parte, poi dall’altra, ma non abbastanza da indicarmi dove andare.

Cercavo quindi un posto in cui sottrarmi per qualche giorno al rumore e vedere se, stando ferma davvero, sarei riuscita a capire da che parte andare. Possibilmente in mezzo alla natura.

Per me la natura è sempre stata salvifica. Negli anni avevo sviluppato una fiducia quasi ostinata nei luoghi aperti. Boschi, montagne, sentieri; negli ultimi tempi, anche il mare. Non perché risolvessero le cose al posto mio. Piuttosto perché, quando tutto diventava troppo pieno, lì qualcosa tendeva a ridursi , a fare spazio, a dare respiro.

Credo che ci sia anche una ragione più profonda, quasi biologica, in questa attrazione. La psicobiologia ambientale suggerisce che non cerchiamo semplicemente luoghi “belli”, ma ambienti capaci di regolare il nostro sistema nervoso. Chi è cresciuto in contesti densi, saturi di stimoli, sviluppa spesso una sensibilità alta, ma anche un bisogno di decompressione: il corpo impara a stare sempre “acceso”. La montagna, o uno spazio aperto e verticale, non è allora un’opposizione alla complessità, ma una forma di riequilibrio. Un luogo dove il sistema può finalmente rallentare, distendersi, ritrovare confini più chiari.

L'annuncio lo preparai con una cura quasi ridicola. Studiai persino gli orari migliori per pubblicarlo e assecondare gli insondabili desideri dell'algoritmo.

Cercavo una casa vuota. L’annuncio, che suonava più come un appello, cominciava con: AAA CERCASI ANGOLO DI MONDO.

In cambio offrivo presenza e cura: animali, piante, orto, giardino. Avrei consumato poco, tenuto in ordine, fatto compagnia a ciò che aveva bisogno di compagnia.

Arrivarono diverse risposte.

Una città ancora viva d’estate a pochi chilometri dalle Alpi. Una casa vicino al confine svizzero. Altre che avrebbero richiesto treni, cambi, qualche ora di autostrada.

Alla fine, per andare altrove, incrociando criteri e date, scelsi un angolo dietro casa.

Il Monte Pisano ad agosto.

Nell’ultimo anno avevo ricominciato a salirci e scenderci, a riconoscerlo dalle strade di Pisa, a seguirne i sentieri. Ne cercavo le tracce della Resistenza, raccoglievo gli asparagi in primavera, ci correvo da sola. Tornavo sulle sue pendici ogni volta che ne avevo occasione.

È una montagna modesta nelle altitudini: il Monte Serra, la cima maggiore, supera di poco i novecento metri. Non ha la verticalità da conquistare, non bisogna vincerlo. Semmai proteggerlo dagli incendi che rischiano di divorarlo.

Se si lasciano le strade principali, cambia carattere: le ulivete si arrampicano sui versanti, per poi cedere al bosco. Le case si diradano. Le strade si stringono.

La casa era da qualche parte lassù.

Lassù, lassù.

Non sarebbe stata la prima volta che quel monte mi ospitava. Anni prima avevo vissuto nello stesso paese, in una casa non troppo diversa da quella verso cui stavo andando.

Per qualche secondo pensai alla coincidenza. Poi pensai che forse chiamarla coincidenza era soltanto il modo più semplice per non pensarci.

Così avevo risposto, fissando un appuntamento per partire in esplorazione.

                                                                                     ---

Michele era arrivato in Vespa e si fece trovare davanti alla mia macchina.

«Ciao, cara.»

«Ciao.»

«Come stai? Io ho portato le pizzette. E tu? Ah, ci hanno chiesto se possiamo portare su anche una cassa d’acqua, così evitano di scendere.»

Michele è un carissimo amico e, ogni volta che mi presenta a qualcuno, racconta più o meno sempre la stessa storia.

«Lei la conosco da quando era alta così», dice, mettendo una mano all’altezza dei fianchi. «Avrà avuto sette anni. Un giorno, nell’ufficio di sua madre, ai tempi del broker marittimo, la guarda e le fa: “Mamma, sù, mi sembri un po’ depressa”.»

E giù risate.

Io non ricordo, ma ogni volta sorrido e penso a mia madre, che a quel punto avrebbe dovuto capire che in seno si era allevata una piccola rompiscatole.

Fu proprio a casa di Michele, molti anni fa, che conobbi Matteo, un suo amico con cui condivide la passione per la fotografia. Eravamo entrambi lì per caso, per un caffè, in quella casa che negli anni è diventata una specie di porto di mare: rifugio di anime in viaggio, esploratori, luogo di incontri, gente di passaggio e gente che, invece, finisce per restare.

Dopo tutto quel tempo, quel giorno lo avrei rivisto. E mentre ci avvicinavamo ripensavo alle prime parole che mi aveva detto al telefono, quando avevo chiamato per fissare un appuntamento.

«Ma tu sei amica di Michele… e di Daniela?»

«Sì.»

«E sei anche cugina di Simone?»

«Sì.»

Una pausa.

«Ma allora sei super referenziata!»

Bene o male, pensai, non si sa, è u po' tutto relativo.

È una cosa buffa delle piccole città. Passi metà della vita a pensare di abitare in un buco del culo del mondo dove tutti conoscono tutti, poi scopri che non è affatto vero. Non hai ancora conosciuto tutti. Di alcuni conosci il nome, di altri una storia, una parentela, una fidanzata di vent'anni prima, una casa, un fratello. Qualcuno lo hai incrociato a una festa senza sapere chi fosse, qualcun altro era il tuo vicino di casa, e altri ancora esistono, ma tu non li riconosci.

Insomma, non ci conoscevamo davvero, Matteo e io. Ma evidentemente avevamo già abbastanza conoscenze in comune da poter esibire un certificato di buona condotta. Nel nostro piccolo buco del culo del mondo funzionava più o meno così.

Ora stavo andando a conoscere lui e la sua famiglia e, soprattutto, il posto. Prima di dire definitivamente sì, volevo vederlo con i miei occhi: capire come ci si arrivava, quanto fosse davvero isolato e, più di tutto, che impressione mi avrebbe fatto una volta lì.

Caricammo sulla mia minuscola Smart la cassa d’acqua, le pizzette e un tiramisù al pistacchio. Guardando tutto quello che avevamo stipato dentro pensai che, se fossimo stati una barcarola, probabilmente saremmo affondati.

Accesi il motore.

«Ti avevo proposto le undici perché per arrivare ci vogliono una trentina di minuti», disse Michele. «E poi ce ne vogliono altri trenta per salire, andando con moderazione. Tanto dopo vengono a prenderci.»

                                                                               ---

La prima impressione fu la strada. Quella non si sarebbe dimenticata facilmente. Davanti a noi saliva senza concessioni, stretta, a tratti chiara, senza concedere distrazioni.

Per i primi chilometri insistetti con la Smart. Povera Smart.

Buchi, sassi, polvere.

Procedevo lentamente, cercando di indovinare quale avvallamento fosse meno profondo dell’altro.

Michele guardava davanti.

«Eh… Te l’avevo detto che era brutta. Non ho mai capito di chi sia di competenza la manutenzione», disse. «Poi, se piove…»

Questo non mi tranquillizzò, ma ero troppo concentrata per pensarci. Dopo qualche centinaio di metri indicò una cassetta delle lettere.

«Ecco. Fermati qui.»

Frenai e tirai un sospiro, pensando che almeno il motore non era fuso.

«Quanto manca…?»

«Un po’.»

«Tipo cinque minuti?»

«Da giù, se vai piano, una mezz’ora. Quindi ancora un po’…»

Guardai la strada alle mie spalle. Poi quella davanti.

La Smart sembrava essersi abbassata di qualche centimetro per la disperazione.

Sotto un olivo, con pizzette, tiramisù e un sole piantato sulla testa, vedemmo comparire a un tornante Matteo.

Sbucò con la naturalezza di uno che quella strada la faceva tutti i giorni. Sorriso, macchina adatta, nessuna particolare preoccupazione per le pietre.

Matteo si sporse dal finestrino.

«Prova ancora un pezzetto.»

Lo disse allegramente.

Michele passò con lui. Volevo morire.

Rimontai in macchina. Avanzai. Cinque metri. Dieci. Una buca. Un sasso. Un'altra buca.

Sudavo, ma non per il caldo. Procedevo a una velocità alla quale probabilmente mi avrebbe superato un escursionista.

Davanti, Matteo continuava a farmi segno.

«Piano, piano.»

La Smart toccò qualcosa. Mi si strinse lo stomaco.

Guardai la strada e dal finestrino abbassato urlai: «Matteo!», ma la preoccupazione ne fece uscire un sussurro, e così Matteo proseguì.

Allora conclusi la frase ad alta voce, dicendola a me stessa: «Io fin quassù con questa non ci vengo.»

Arrivammo a una simil-piazzola. Matteo guardò la Smart e mi disse che, per quella giornata, potevo lasciarla lì. Per la prima volta sembrò rifletterci seriamente.

«In effetti… meglio che, se vieni, lasci tutto giù e sali con la nostra macchina.»

Stabilì così la prima regola della mia futura permanenza sul monte: se fossi salita nuovamente, non sarei più scesa.

Mi era concesso patire le pene dell’inferno al volante solo un’altra volta, per di più su una piccola Suzuki non di mia proprietà, cercando di ingranare la marcia giusta nel momento giusto e pregando l’universo che dietro la curva non comparisse una macchina in senso contrario.

Una volta arrivata lassù, da sola, ci sarei rimasta.Si scendeva soltanto per due ragioni sufficientemente serie: evacuare in caso d’incendio o tornarsene definitivamente a casa.

Per tutto il resto, il mondo di sotto poteva tranquillamente aspettare.


Matteo e Francesca mi aspettavano per spiegarmi le cose.

Matteo era biondiccio, occhi azzurri, una erre moscia che rendeva singolarmente eleganti anche gli avvertimenti peggiori. Amava fotografare e amava la casa e la vita che le era cresciuta dentro. Lo si capiva dalle inquadrature delle sue foto: dettagli di vita, di abitudini, un angolo, una luce, un oggetto lasciato da un bambino.

Francesca era alta, mora, accurata e gentile.

Avevano entrambi una predilezione per le cose con una vita alle spalle: mobili recuperati, libri, vecchie cartoline e ninnoli convivevano con fotografie contemporanee, illustrazioni e poster. Un disordine solo apparente, fatto di accumuli affettivi, immagini e tempi diversi.

Se Matteo raccontava, lei completava e .forniva la misura.

I bambini erano disinvolti, curiosi, attenti. Belli. Mi guardavano senza quell’eccesso di curiosità che i bambini riservano agli estranei, come se fossi già, in qualche modo, una presenza familiare.

La più grande lo decise quasi subito: mi avrebbe accompagnata a fare il giro della casa. Non una volta, ben due.

Il piccolo, biondissimo, con due occhi azzurri chiarissimi, era una specie di nano chiacchierone di pochi anni. A tavola, educatissimo, si sgranocchiava una carota; in giardino, invece, diventava incontenibile davanti alle bolle di sapone, che soffiava con la potenza di un soffione boracifero.

Il primo tour partì con Matteo. La bimba, si accodò con la serietà di chi, evidentemente, riteneva che il proprietario da solo non fosse abbastanza affidabile come guida.

«Allora, ti faccio vedere.»

Matteo cominciò a inerpicarsi su per le scalette di legno che conducevano al piano di sopra.

«Queste, fai attenzione. O le fai così», disse, salendo frontalmente, «o così», mettendosi di lato. «Vedi tu.»

Aprì un cancellino.

«Il cancellino è per il piccolo. Altrimenti ruzzola giù. Ma tu puoi anche tenerlo aperto.»

Poi aprì una porta.

«Questa si chiude male. Devi scavicchiare un po’.»

Provò.

La porta rimase aperta.

Scavicchiò.

Si chiuse.

«Visto?»

Passammo oltre, verso un’altra stanza.

«Qui, quando piove, si forma un laghetto, proprio qui sulla finestra.»

Guardai il punto indicato.

«Un laghetto?»

«Piccolo.»

La bambina, dietro di lui:

«Abbastanza grande.»

Matteo continuò.

«Però poi va via.»

Ripercorremmo le stanze.

«Le camere sopra diventano caldissime. Ma se apri le finestre da entrambe le parti passa aria.»

Pausa.

«Solo, occhio agli animaletti.»

«Che animaletti?»

«Vabbè, quelli che ci sono.»

Ritornammo di sotto.

«Non stare a spazzare più di tanto, tanto dopo cinque minuti che tieni aperto rientrano le foglie.»

Francesca, a quel punto, decise di prendere in mano la situazione e ripartire con il secondo giro, con la bambina nuovamente appresso ed entusiasta.

Le informazioni cambiarono.

«Se hai bisogno di lenzuola o asciugamani, sono qui.»

Aprì un armadio.

«Se la sera hai freddo, prenditi pure una felpa. Non ti peritare.»

Un altro sportello.

«In bagno ti lascio tutto a portata di mano. Usa quello che vuoi.»

Poi, sorridendo:

«Prima di partire do anche una bella ripulita.»

La cura e la pragmaticità. Il lato femminile e quello maschile.

Pensai: donna, uomo. Così.

In breve: l’orto andava annaffiato. Il giardino pure.

Gli animali avevano orari, abitudini e una loro idea piuttosto precisa di come dovessero andare le cose. Le stanze al piano superiore, invece, diventavano molto calde.

Poi c’era Ludovica. La cane-amica. Una bracca anziana che camminava male.

«È un po’ claudicante», disse Matteo. «Piangerà per venire su, perché le scale non riesce più a farle.»

Ludovica ci osservava da lontano, rintanata dentro il camino, dove si era sistemata con aria sospettosa. Mi guardava come si guarda qualcuno di cui non è ancora chiaro il ruolo.

Sembrava soprattutto contrariata all’idea che, di lì a poco, una sconosciuta potesse installarsi in casa sua.

Uscimmo in giardino per il caffè e, mentre tutti erano distratti dalle chiacchiere, dalle faccende e dai giochi, guardai la valle che si apriva davanti alla casa.

Prima venivano gli olivi, piantati sul pendio a distanze irregolari, con i tronchi scuri e le chiome argentee che cambiavano colore appena si alzava un po’ d’aria. Dietro la casa e più in basso cominciava il bosco. Castagni, querce, macchia: una massa verde, fitta, che riempiva gli avvallamenti e risaliva il fianco dei monti.

Le case erano quasi scomparse.

Era questa la cosa che mi colpiva. La mia città era a pochi chilometri, eppure da lassù bastava girarsi nel verso giusto perché non rimanesse quasi niente della pianura.

Per secoli, da questi monti, si era guardato verso Pisa, l'Arno, la pianura, cercando eserciti e nemici. Io guardavo nella direzione opposta.

E più pensavo a tutte le difficoltà elencate da Matteo, più mi convincevo.

La strada. Il caldo. Le porte. Gli insetti. Rubinetti da tenere chiusi. Ludovica che non mi voleva. Le avevo registrate tutte.

Che questa attrazione per le situazioni complicate fosse un mio problema ricorrente era ormai abbastanza evidente, ma negli anni avevo imparato anche un'altra cosa.

Avevo un certo intuito per le difficoltà che nascondono qualcosa di bello.

Pensai che Matteo sarebbe stato un ottimo commerciante. Era riuscito a convincermi cominciando da tutto quello che non funzionava.

Accettai.

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